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June 05 IL PRIVATO PUBBLIC(AT)OLa questione privacy è stata affrontata attivamente dal Canada: tutti i domini nazionali (.ca) dal 10 giugno non consentiranno più l'accesso ai dati dei rispettivi gestori, nemmeno usando Whois non sarà più possibile accedere al nome del proprietario del dominio, al suo indirizzo, email e numero di telefono. Michael Geist, docente di Legge presso l'University of Ottawa e il Canada Research Chair of Internet and E-commerce Law, si dice contento affermando che il 70% di quei domini appartiene a cittadini. C’è chi storce il naso, come l’Authority canadese che fa notare come questa legge sembra entrare in conflitto con le esigenze degli inquirenti e del braccio armato dei detentori di proprietà intellettuale. Non poter utilizzare più Whois per individuare gli adescatori e chi viola le norme sul copyright, potrebbe rendere le operazioni di indagine molto più complicate; altre preoccupazioni riguardano l’immagine dei domini canadesi che ne scaturirà: registrazioni protette e quindi molto desiderate, Geist stesso parla di una sorta di paradiso per le truffe online. Ma di cosa parliamo quando chiamiamo in causa la privacy, per giunta online? The 2007 International Privacy RankingQuesta è la situazione di esattamente un anno fa; si tratta di un report realizzato dall’ente non governativo inglese Privacy International sulle maggiori aziende Internet, frutto di sei mesi di rilevazioni incrociate. Le grandi aziende del settore competono nel raccogliere una marea di dati personali, difettano di trasparenza sul loro utilizzo e lasciano poche scelte all’utente sui meccanismi di tutela. Se ci aggiungiamo che la cerchia dei big va restringendosi nei new media proprio come negli old media, il quadro complessivo appare tutt’altro che sereno per noi utenti. Tra i siti studiati ci sono Amazon, Apple, BBC, Microsoft, Google, Skype, Wikipedia, Yahoo!. Le fonti utilizzate sono sia pubbliche (articoli a stampa, blog e spazi online, i testi delle policy dei vari siti, documenti relativi a richieste governative Usa) sia private (analisi tecniche, opinioni di ex e attuali dirigenti, interviste con rappresentanti aziendali). Un totale di venti parametri per fare la fotografia delle “best and worst practice” in tema di privacy online. Nicole Wong, responsabile delle questioni sulla privacy per Google, sostiene che l’indagine «è poco accurata» e che l’azienda non ha avuto possibilità di rispondere pubblicamente alle critiche ivi contenute (An open letter to Google); dal report risulta che oltre all’uso aggressivo di tecnologie potenzialmente invasive, il voto negativo dipende anche dalla diversità e specificità dei prodotti Google e dalla capacità di scambiare dati incrociati, insieme al dominio di mercato rispetto al numero di utenti che ne fanno uso regolare. Avevo già commentato il post di scarperotte sul profilo unico, dicendogli che per un motivo o per l'altro Google è sempre in mezzo alle polemiche che riguardano la privacy, dallo stop dell' Unione Europea su Street View (leggete il commento di dovella), ai dissapori legali nella sua terra d'origine.
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